Fiducia, pazienza, libertà: grande capo, grande occasione

Acquisire competenze rappresenta sicuramente la strada per rispondere in maniera concreta alle esigenze dei propri clienti, ma quello che siamo realmente – anche sul lavoro – va ben oltre questo.

C’è chi cura in particolar modo la componente relazionale nel proprio lavoro, chi punta tutto sulle capacità tecniche come unico elemento di spinta e chi invece si orienta verso grandi ambizioni da comunicatore.

E poi c’è chi, come me, ha tra i principali orientamenti nel suo lavoro l’educazione ricevuta nei suoi valori più importanti quali il rispetto, l’attenzione all’altro (e a se stesso) e in sostanza quei valori basilari del vivere insieme che ogni genitore di sana e robusta coscienza dovrebbe insegnare ai propri figli.

Ed è proprio in relazione al rapporto con gli altri che ho ricevuto un insegnamento importante che ha visto protagonisti tutti: la mia famiglia prima, i miei amici e, infine, il mio “capo”.

Ciò che in circostanze e forme diverse queste persone mi hanno insegnato ad apprezzare è la valorizzazione dell’altro, il desiderio non di distruggere ma creare valore, farlo emergere perché insito in ognuno, come essere umano prima ancora che come figlio, amico o professionista.

Un aspetto particolare che dona a questo approccio verso l’altro un valore ancora più grande è che le persone da cui ho appreso questa fondamentale intenzione sono completamente diverse tra loro. C’è chi è credente e chi no, chi è di destra e chi di sinistra, chi ha due lauree e chi un diploma preso per caso. Tutte persone molto differenti tra loro non solo nelle idee e nei percorsi, ma anche nel temperamento e nei modi di fare.

Sembrerà banale, ma saper tirar fuori il valore reale delle persone non è affatto semplice, perché presuppone la capacità di saper accogliere l’altro così com’è e concedergli la grande libertà di esser se stesso. In un certo senso è un rischio, perché o si azzera del tutto l’aspettativa sugli altri oppure serve accettare anche l’ipotesi che l’altro non si comporti come noi ci aspetteremmo.

 

Come si fa a tirar fuori il meglio dagli altri anche nei rapporti di lavoro?

Non lo so, perché non sono uno psicologo o un teorico e non vado oltre al mio vissuto. È sempre e solo la mia esperienza che voglio raccontare, da uomo prima e da professionista poi.

In ambito consulenza, a livello formale, non si ha un vero capo ma un referente sul lavoro, una sorta di “capo alla pari”, almeno in apparenza, solo in apparenza.

In realtà, anche la parola capo è meno usata rispetto al passato, come se si trattasse di un concetto gerarchico vecchio e superato rispetto alle attuali organizzazioni del lavoro. Invece, ad esser sincero, è una parola che apprezzo molto, in quanto credo che ci sia molto più bisogno di quanto si creda di capi e livelli gerarchici, soprattutto in determinate tipologie di organizzazioni. A questo aggiungo che, ad oggi, nell’epoca del “so tutto io”, saper riconoscere autorevole un altro è un grande pregio.

Mi è capitato quindi di avere e di riconoscere una persona come capo, ormai tanti anni fa. Un incontro che mi ha cambiato la vita professionale e arricchito la vita tutta.

A prescindere dal sapere e dall’essere di questa persona, che comunque già offriva un’indicazione su chi avevo di fronte, i benefici più grandi li ho ricevuti nell’osservarla all’opera e, soprattutto, nel modo in cui si è relazionata nei miei confronti.

Fiducia, pazienza e libertà. Ebbene sì, in 3 parole c’è chi oggi sono diventato. Nel bene e nel male, nei pregi e negli svantaggi che questa scelta comporta. Ma di sicuro posso dire che se l’incontro con il vostro capo è coinciso con l’incontro di queste tre parole, vuol dire che oltre a un grande capo avete anche una grande occasione!

Quando feci questo incontro ero poco più che ragazzo, un po’ “ammaccato e stanco” da passati eventi e con una grande voglia di esser felice prima che di riscatto. Chi se ne frega del riscatto se poi si rimane insoddisfatti comunque! Desideravo esser felice nel poter prendere la strada desiderata ed esprimere il mio potenziale sino in fondo. Non che fossi certo che poi tale espressione si sarebbe rivelata il riflesso dei miei desideri, ma almeno avere occasione di verificare questo.

L’approccio che il mio capo ha avuto nei miei confronti è stato fondamentale e ricordo ancora bene la gioia che avevo nel sapere che il giorno dopo ci sarebbe stata una riunione e con che carica ne uscivo ogni volta. Al di là dell’apprendimento continuo, la grande forza era in quel clima che si respirava, quella sensazione a cui ho impiegato un po’ per attribuirle in maniera così chiara le 3 parole fiducia, pazienza e libertà.

La fiducia verso la persona, i suoi valori e il suo potenziale. La fiducia vera, totale.

La pazienza di saperla aspettare, che possa così ripagare quella fiducia. Darle il tempo necessario per dire “grazie, ce l’ho fatta!”.

E infine la libertà. La libertà di potersi esprimere. La libertà di poter avere quell’approccio culturale verso le cose che consente di dire “non so farlo, imparo!” e dichiararlo ad alta voce. La libertà di poter esser se stessi, senza dover nascondere i propri limiti ma anzi, perché no, riderci su insieme.

Tutto ciò mi ha permesso di uscire fuori nelle circostanze in maniera sincera e provocato il desiderio di voler fare lo stesso con gli altri, soprattutto se più giovani, soprattutto se un po’ “ammaccati e stanchi” anche loro come lo ero anch’io in quel periodo.

Io ho avuto anni fa la grande fortuna di essere accompagnato da queste 3 parole. Che poi, è vero, secondo alcuni servono a poco, non ti fanno mica diventar più bravo degli altri. Ti cambiano solo la vita!

Grazie