Illusione e gavetta: atteggiamento dei più navigati

 

Fare esperienza per acquisire le competenze richieste sul mercato del lavoro non è assolutamente semplice, anche se oggi vi sono maggiori strumenti e possibilità rispetto ad anni fa, almeno in merito a determinati mestieri come, ad esempio, le professioni digitali.

Spesso e volentieri leggo o ascolto commenti particolarmente coloriti su chi, alle prime armi, offre un prodotto/servizio a qualcuno.

Già da subito bisogna però fare una precisazione e osservare come cambi la posizione del principiante a seconda di chi lo guarda: infatti, ad esempio, c’è chi parlerà di “persona che si improvvisa” e chi parlerà di “persona alle prime armi”.

Tendenzialmente la prima nomenclatura sarà utilizzata da chi opera nello stesso settore, offrendo le stesse categorie di servizi, mentre la seconda sarà spesso utilizzata dai clienti che, a volte, nell’inesperienza del giovane intravedono una convenienza costo/benefici.

 

L’illusione giovanile e la mancanza di riferimenti

Ad oggi, ci si confronta spesso con un modello sociale altamente competitivo e basato sulla necessità di apparire attraverso le tendenze del momento.

Provate a dare uno sguardo su YouTube, ai ragazzi più giovani che si presentano al pubblico sperando di seguire le orme di YouTubers diventati poi famosi: vi accorgerete che, in linea generale, ci troviamo di fronte ad una mancanza di contenuti e ad un modo di essere molto simile tra loro.

Onestamente, ciò mi sembra normale se consideriamo l’evidenza che molti di questi sono davvero giovanissimi e a parer mio trovo anche fuori luogo – in alcuni casi – che la loro presenza sia concessa, ma questo è un altro argomento.

Ne consegue un appiattimento delle personalità, poiché queste non si sviluppano secondo l’interesse e le capacità del singolo, ma seguono un fiume in piena in cui al suo interno vi sono di certo pochi valori.

Cosciente del fatto che esistono anche le eccezioni, riguardanti coloro che effettivamente sono fatti per intraprendere questa carriera, ho deciso di iniziare da questo esempio per approfondire due aspetti che contribuiscono a generare illusione in molti ragazzi:

1. la reperibilità e il facile utilizzo degli strumenti;
2. la mancanza di valori e di un processo educativo alla realtà, a supporto delle scelte personali.

 

Illusione da talent

Avere un sogno e poter disporre facilmente di strumenti per realizzarlo induce nella tentazione di convincersi che tutto sia possibile e, magari, senza dover fare alcuna fatica.

Ad esempio, avete mai visto i casting di X-Factor? Alcuni di loro sono dei bravissimi cantanti, alcuni diventeranno famosi, ma altri? Altri purtroppo arrivano lì, sul palco, convinti di saper cantare perché hanno la voce, hanno un microfono e hanno un desiderio che li condiziona.

I più convinti, di fronte alla valutazione completamente negativa da parte degli esperti, non riescono neppure ad accettare il giudizio e tra parole di sfida e supporto da parte delle persone a loro vicine, promettono che quello che è accaduto non lì fermerà nel loro obiettivo di diventar cantanti.

Siamo di fronte all’unione dei due punti precedenti (strumenti reperibili e mancanza di educazione alla realtà) che genera queste situazioni che nel meccanismo televisivo creano ilarità e approvazione da parte del pubblico, ma se ci fermiamo un po’ a pensare, beh, c’è poco da sorridere.

 

E per un “comune mestiere”?

Pensate sia molto diverso per un “comune mestiere” come un grafico, un webmaster o un addetto alla comunicazione?

Un ragazzo in giovane età impara come scaricare Photoshop gratuitamente e inizia ad utilizzarlo a livello amatoriale. Gli si pone davanti l’occasione di realizzare una locandina per la bottega sotto casa e non se la lascia sfuggire, per imparare il mestiere.

Anche se non sa distinguere RGB da CMYK, anche se non sa inserire un’immagine in trasparenza, anche se i font avranno dimensioni e stili completamente improvvisati, se il prodotto realizzato piacerà al proprietario del negozio e, probabilmente, anche a sua moglie, il ragazzo inizierà a prender fiducia nei propri mezzi e sceglierà se approfondire la materia oppure reputare il prodotto già meritevole di una collocazione sul mercato.

 

L’importanza nel lavoro di una figura da seguire

A questo punto è fondamentale che tutti coloro che hanno già fatto un percorso formativo appropriato si levino i panni del mentore (che palle!) e indossino quelli di un giovanissimo.

Chi fa la differenza nella scelta di fare gavetta o sentirsi già arrivati? Sicuramente la maturità del ragazzo, ma anche e soprattutto la fortuna o meno di avere accanto una figura di riferimento che lo introduca, senza scoraggiarlo, alla realtà invece di generare in lui illusioni solo per puro buonismo.

Questo fattore “umano” è spesso un vero e proprio fattore di successo nella carriera di un giovane che vuol imparare un mestiere, perché ne condiziona l’atteggiamento e la percezione del punto di incontro tra realtà, fatica e desiderio.

 

Lo sdegno ingiustificato di fronte l’inesperienza

A questo punto scatta in me la domanda del perché vi sia tanto accanimento da parte di professionisti già affermati (ammesso che anche questa non sia una soggettiva illusione) quando si trovano di fronte al cosiddetto “inesperto”.

Ad esser sincero, è un po’ di tempo che noto una crescita del fenomeno del “chi ce l’ha più lungo” da parte di numerosi professionisti, i quali spesso e volentieri collezionano un maggior numero di interventi per criticare il lavoro altrui invece di utilizzare i canali a propria disposizione per far conoscere il proprio lavoro e la propria bravura.

Mi stupisco ancora di più quando ciò accade da parte di personaggi realmente affermati, ma di questo scriverò in un altro articolo.

Seppur comprendo la preoccupazione derivante dal fatto che se dieci persone offrono un prodotto scarso a dieci clienti, probabilmente questi rischiano di maturare una percezione falsata sull’efficacia di determinati strumenti ed attività utili al loro business, fatico a sostenere alcune obiezioni perché nella fase di approccio alle competenze ci sono passati tutti ed ognuno da giovane era desideroso di mettersi alla prova, di scoprire nuove opportunità e sentirsi in grado di produrre qualcosa di buono.

Invece credo che la verità sia un’altra e cioè che, seppur giusta l’obiezione posta, chi si lamenta maggiormente di ciò sia chi dimostra delle difficoltà a collocarsi sul mercato, a cercare di far comprendere ai propri clienti cosa fa e come lo fa e, in generale, ad apportare un valore aggiunto rispetto al giovane di turno che sia effettivamente “valore”.

Differenti sono i casi di prodotti che si posizionano attraverso politiche di prezzo e dell’assalto da parte di venditori scorretti che sanno già in partenza che le promesse fatte non potranno essere mantenute.

Ma in questo articolo ho voluto esprimere il mio punto di vista in merito alle preoccupazioni un po’ esagerate causate da “apprendisti”, figure presenti sul mercato del lavoro da secoli.

Sarà perché personalmente ho sempre pensato che fossimo tutti degli apprendisti in ogni momento della nostra vita, di uomini e di professionisti, e che non si aggiusta niente con l’accusa ma serve la volontà di far una fatica in più nella direzione di affermare sé stessi e non in quella di smontare gli altri.

A livello culturale, forse anche frutto del periodo storico, spesso ho la percezione di come ci sentissimo tutti un po’ minacciati. Minacciati dai concorrenti, dai colleghi, dai giovani talenti e non riuscissimo invece a tirarci fuori da questa competizione e concentrarci solo su ciò che siamo chiamati a fare.

Ad oggi, però, un professionista navigato che include l’apprendista nella sua comunicazione di sdegno è a mio avviso, al minimo, uno scarso comunicatore.

 

“L’esperienza non ha alcun valore etico: è semplicemente il nome che gli uomini danno ai propri errori”, Oscar Wilde.