Il lavoro è sacrificio delle persone che amiamo

Pensare che ogni rapporto lavorativo abbia una conclusione soddisfacente e un lieto fine sarebbe un po’ da sprovveduti. Nel bene e nel male, a prescindere dalle dinamiche del singolo caso, esistono sempre due tipologie di situazioni lavorative che si verificano: quelle in cui la ragione indica le vie, tendenzialmente si tratta di dinamiche basate sul rispetto reciproco prima di ogni altra cosa, e quelle in cui si cade in un vortice di irragionevolezza al limite della realtà (e della decenza).

Purtroppo, nonostante a me piaccia sempre ironizzare sulle circostanze e quindi anche sulle diverse tipologie di clienti, ogni tanto anche l’ironia non riesce a prendere piede su vissuti professionali che meritano una riflessione profonda.

A volte capita di avere di fronte clienti che, per un motivo o per un altro, disattendono le aspettative e alla fine ti portano a dire “chi me l’ha fatta fare”. Non mi è capitato molte volte, ma la maggior parte di queste ha visto protagonista la mancanza di rispetto umano alla base di ogni comportamento, prima di qualsiasi motivazione tecnica o di performance.

Sono fermamente convinto – in questi anni ho avuto modo di verificarlo – che i limiti personali e professionali, quando c’è la volontà delle parti, si superano attraverso processi collaborativi che, anzi, generano valore aggiunto, mentre la mancanza di rispetto per le persone si riflette come uno specchio anche nelle dinamiche lavorative.

Quando accade ciò, a me non affligge né l’aspetto economico venuto meno né quello morale della vicenda, anche se mi provocano fastidio. Si tratta comunque di rischi del mestiere e, nei limiti, bisogna attendersi il loro verificarsi.

Quello che invece mi genera rabbia, è il dover spiegare alle persone care (e/o a me stesso) che il tempo che ho rinunciato a stare con loro è diventato poi tempo perso.

Amore, sai, ti ricordi quella volta che non son potuto venire lì perché avevo da finire il lavoro per X? Sappi che ha deciso di non pagare il suo debito.

oppure

Bello di zio, abbiamo passato poco tempo insieme perché son stato così ingenuo da fidarmi di gente mediocre.

Dovremmo forse rispondere così e dar la colpa a noi stessi per aver creduto anche solo per un momento che determinate dinamiche presenti nel mercato del lavoro potessero essere superate a favore di un’onestà di fondo che, invece, non possiedono tutti?

Penso di no. Credo che dare fiducia sia giusto e non possa esser mai classificato come errore, ma come condizione necessaria alla vita dell’uomo in tutti i suoi ambiti e momenti.

Chi non sta su una poltrona ad aspettare la pensione ma sta sul mercato e vive essenzialmente di sacrifici, ha come prima rinuncia proprio il tempo passato con i propri cari.

Se per gli aspetti economici e morali esiste comunque la soluzione di utilizzare le vie legali e quindi ottenere ciò che spetta, per il tempo questo non è possibile perché ogni attimo è unico: si può anche recuperare la quantità di tempo ma mai avremo indietro quei momenti lì, quel preciso istante.

Per fortuna mi è capitato raramente, ma quando accade credo che perseguire le proprie ragioni ed i propri interessi sia un obbligo morale verso chi ha condiviso con noi le rinunce per nulla.

Esiste un grosso problema sociale in merito alla cultura e al rispetto del lavoro degli altri e servirebbe molta più attenzione e impegno verso processi educativi in merito, anche per chi accetta ogni condizione pur di avere una prospettiva, giustificando che questa sia una legge del mercato mentre invece è solo un’arma a favore di chi pensa di esser sempre più furbo degli altri.

Certamente anche io avrei l’istinto di reagire in maniera brusca, magari mettendo nomi e cognomi alla gogna mediatica dei grandi pentoloni di giudizi e odio che sono ormai diventati i social media. Ma non credo che questo risolva alcun problema. Si consumerebbe la vendetta. Ma poi? Non cambierebbe nulla!

Servirebbero invece più iniziative culturali proprio sul valore del lavoro, inteso come espressione dell’essere umano nella società prima che come manifestazione di competenze.

E anche quando il lavoro è passione e piena espressione di sé, questo implica comunque un sacrificio che riguarda la vita nella sua totalità. Non si può pensare che sia possibile giocarci su, in alcun modo.

Esistono moltissimi episodi in cui vi è una mancanza del rispetto delle regole oppure un abuso di posizione dominante. Un incremento di iniziative sociali migliorerebbe anche il livello di informazione e aiuterebbe, dipendenti e professionisti, a gestire meglio le indegne pressioni psicologiche manifeste a tutti i livelli.

Per questo credo sia utile collocare iniziative sociali sul tema in ogni contesto, perché il lavoro non è solo lavoro, il lavoro non è solo la nostra vita, il lavoro è sacrificio proprio e delle persone che amiamo!